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    Ombrelli - Anonimo
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    Ritratto di un ombrellaio - Anonimo
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    Ritratto di un ombrellaio - Anonimo
  • Gignese. Piemonte: il museo dell'ombrello - Istituto Luce
  • 1930
    1949

Ombrellai del Vergante

(Lusciàt)

L'attività di ombrellaio nel Vergante è documentata a partire dalla fine del Settecento, periodo in cui si comincia ad avere notizia dei primi artigiani itineranti. All'epoca, infatti, era usuale la pratica di vendere e riparare ombrelli spostandosi sul territorio. Gli artigiani del Vergante, ad esempio, viaggiavano fino a raggiungere località come Torino, Milano, Firenze, Napoli. Solo dopo anni di lavoro alcuni ombrellai riuscivano ad aprire una bottega e pochi fortunati tra loro divennero anche titolari di fabbriche. Gli artigiani si spostavano tra paesi e casolari con a tracolla la loro "barsela", ovvero la sacca che conteneva gli ombrelli. Tra di loro parlavano il "tarüsc", un gergo particolare, tramandato per decenni e oggi scomparso, che aveva lo scopo di tutelare gli affari evitando che persone estranee al mestiere potessero carpirne i segreti. 
Gli ombrellai dovevano possedere capacità diverse: per essere in grado di esercitare, infatti, era necessario che essi sapessero lavorare il legno, cucire e trattare la pelle. Prima dell'utilizzo delle materie plastiche, la struttura di un ombrello era lignea e per la copertura si utilizzavano materiali come il cotone, la seta o il pellame. La costruzione di un manufatto cominciava con l'intaglio di un'asta di legno nella quale veniva praticata una fessura ad una delle estremità. Qui l'artigiano inseriva una molla in ferro che veniva fissata con un chiodino. Sull'asta, in corrispondenza della molla, era posizionato il "collano", un anello ligneo e mobile che permetteva di aprire e chiudere l'ombrello. La "doppia noce", invece, era un cerchio, di legno o di metallo, fissato alla parte superiore del bastone. A tale secondo anello venivano assicurate le "balene", ovvero le stecche che costituivano l'intelaiatura dell'ombrello sulle quali veniva cucito il tessuto. Le "balene" erano quindi collegate al "collano" mediante l'ausilio di aste più piccole.

APPRENDIMENTO E TRASMISSIONE

Il mestiere dell'ombrellaio si trasmetteva grazie alla frequentazione di un artigiano più anziano. L'apprendista, un bambino di circa sette anni, si recava nella piazza del comune di Carpugnino il giorno di Capodanno, quando veniva affidato dai genitori a un ombrellaio affinché imparasse la professione. L'apprendistato poteva durare anche qualche anno e, di solito, al ragazzo era permesso tornare a casa solo in occasione del Natale.

AZIONI DI VALORIZZAZIONE

Nel 1939, a Gignese, nasce il Museo dell'ombrello e del parasole per volere di Igino Ambrosini, figlio e fratello di ombrellai del paese. Dapprima ubicato al piano superiore delle scuole elementari, nel 1976 il museo viene trasferito nella sede attuale, costruita grazie alla collaborazione del Comune e dell'Associazione Amici del Museo, la quale all'epoca era presieduta da Zaverio Guidetti, un produttore novarese di ombrelli. 
Il museo espone più di mille oggetti provenienti da epoche storiche e zone geografiche diverse. L'allestimento si snoda sui due piani dell'edificio e si apre con un percorso storico in cui vengono indicate le mode e i materiali che, nel corso dei secoli, hanno caratterizzato la produzione di ombrelli. Il piano superiore, invece, incrementa la riflessione etnografica compiuta dalla struttura ricostruendo l'uso del parasole in contesti storici e geografici diversi. L'esposizione si avvale della presenza di antiche stampe e di figurine di moda tratte da riviste italiane e francesi dell'Ottocento. Alle pareti, inoltre, è possibile osservare alcune riproduzioni di quadri, realizzati da artisti come Klein, Goya e Zandomeneghi, i quali si distinguono per la raffigurazione di ombrelli all'interno di scene di vita quotidiana. Il percorso termina con la ricostruzione della bottega di un ombrellaio all'interno della quale sono esposti gli attrezzi del mestiere, le fotografie di alcuni tra i primi ombrellai di cui si abbia notizia, la corrispondenza tra gli artigiani itineranti e la famiglia. Un grande pannello a muro, infine, illustra il gergo utilizzato dagli ombrellai durante il lavoro.

Per sapere di più

Bibliografia

  • Aghina A., Grassi V., Aceti C., Manni P.E.
    L’ombrello: la sua storia e quella dei lusciat del Lago Maggiore
    Alberti 1994
  • Grassi V., Aceti C.
    Gignese: leggende, memorie storiche, aspetti passati e attuali di un piccolo comune di montagna
    Tipografia S. Gaudenzio 1981
  • Manni P.E.
    Il tarùsc: la parlata degli ombrellai
    Capelli 1973
  • Manni P.E.
    Massino Visconti e i suoi lusciat
    Capelli 1966

A cura di

ITALIA Regione Piemonte - Settore Musei e Patrimonio Culturale - Carlotta Colombatto

Supervisore scientifico

Laura Bonato

Data di pubblicazione

07-FEB-2013 (Carlotta Colombatto)

Ultimo aggiornamento

10-MAR-2015 (Fabia Apolito)

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